Batteria di bottiglie di Leyda
Datazione: fine '800
Dimensioni : (65x40x35) cm.
La bottiglia di Leyda è essenzialmente un cilindro di vetro, chiuso inferiormente, le cui due facce, interna ed esterna, sono ricoperte fino ad una certa altezza di un sottile strato di stagno. Le lamine di stagno rappresentano le armature della bottiglia la quale è nient'altro che un condensatore elettrico. Il contatto con l'armatura interna viene fatto mediante una bacchetta di ottone che termina con una sferetta od un uncino. Per la carica della bottiglia si collega una macchina elettrostatica, mediante gli opportuni conduttori metallici, con la sferetta o l'uncino di ottone, mentre l'armatura esterna viene collegata a terra. In alcuni casi le armature interne ed esterne sono mobili. La presente batteria, posta su un vassoio di legno con fondo metallico, consiste di quattro bottiglie di Leyda originali, due sono ricostruite e due mancanti. La batteria è completa di collegamenti per le connessioni in serie ed in parallelo. La bottiglia di Leyda è stata scoperta quasi simultaneamente da Ewald Georg von Kleist (1707-1748), decano della cattedrale di Camin in Pomerania nell'ottobre 1745 e da Pieter van Musschenbroek (1692-1761), professore nell'università di Leyda in Olanda, nel gennaio 1746. Benjamin Franklin (1706-1790) per primo pensò di connettere in serie ed in parallelo più bottiglie di Leyda. Secondo la descrizione fatta da Pieter Van Musschenbroek, in una lettera al signor de Réaumur nel gennaio 1746, il suo assistente Cunaeus voleva elettrizzare l'acqua contenuta in una bottiglia di vetro di cui teneva il fondo con una mano. Caricata l'acqua mettendola in comunicazione, con un filo metallico, con una macchina elettrostatica, quando volle toccare il filo con la mano libera per sconnettere la bottiglia dalla macchina, sentì una violenta scossa. La bottiglia costituiva un vero condensatore: l'acqua ne era l'armatura collettrice e la mano l'armatura condensatrice collegata al suolo per mezzo del corpo; il vetro era il dielettrico.
L. Pinto [1884] pp. 649-650.
R.W. Stewart [1904] pp. 108-109.